domenica 3 febbraio 2008

Stop


Questo blog chiude.
Rimarrà on line per qualche mese per curare le mie future nostalgie e infine verrà definitivamente cancellato dal Web.
E' stato bello, finchè ne ho avuto voglia. Da un po' di tempo non lo era più.


Sig.Rail

martedì 22 gennaio 2008

Macchie di latte


Questa sera c'è la luna piena.
Uscendo dallo stabilimento mi si stagliava davanti, perfetta nei suoi delicati profili, tutta la collina che a nord est delimita Torino.
La luce della luna era generosa e delineava ombreggiando ogni versante alberato.
Le parti alte di alcune cittadine brillavano, più o meno intermittenti, come le luci di un gigantesco albero di Natale. Al posto della stella cometa, lassù in alto, la basilica di Superga.
Lungo la linea dell'orizzonte, a sud, la Mole Antonelliana, a biancheggiare nella notte come un'enorme macchia di latte.
E io, al riparo dal mondo all'interno della mia auto, ho guidato senza la forza di fermarmi e di scendere.
Avrei potuto camminare attraverso quel buio schiarito, a metà strada dai lumi dell'albero e dalle macchie di latte, e godermi il freddo tonificante della sera lunare. Per giocare infine a rendere opache quelle luci così nitide, osservandole attraverso gli sbuffi del mio fiato tiepido, fra il rincorrersi, uno dopo l'altro, di serafici pensieri.

sabato 19 gennaio 2008

Cosa vuoi che sia?


In un qualsiasi paese vagamente democratico quando una persona che ricopre un incarico pubblico viene coinvolta in un' inchiesta giudiziaria, questa persona si dimette, spontaneamente, in attesa di chiarire la propria situazione di fronte all'intero paese.
Si chiama etica ed è una cosa che non sto neppure a spiegare, perchè metà degli italiani non sa neppure cosa sia e quasi tutta la metà che rimane, pur avendo capito che cos'è, se ne frega deliberatamente.
Un fatto di questi giorni è che Salvatore Cuffaro, il cosiddetto governatore della regione Sicilia, è stato condannato in primo grado di giudizio per favoreggiamento.
Cioè, le accuse erano due: il governatore era imputato di favoreggiamento a Cosa Nostra e di rivelazione di notizie riservate nel processo alle cosiddette talpe della Direzione distrettuale antimafia di Palermo.
Dalla prima accusa è stato prosciolto, vedremo con quali motivazioni, mentre invece per la seconda è stato condannato a cinque anni di galera.
Cinque anni di galera.
Fra le sue prime cose dette c'è stata la dichiarazione di non intendersi dimettere, visto che non è colluso con la mafia.
Secondo il primo grado di giudizio ha fatto però altre porcate e deve passare in galera cinque anni. Lui invece sostiene che, visto che non è colluso, non si dimetterà.
Un disoccupato nelle sue condizioni non lo vorrebbe nessuno a lavorare, neanche un cantiere edile. Lui rimarrà governatore della Sicilia.
Insomma, a questo mondo, se non sei un mafioso, qualsiasi cosa tu abbia fatto è eticamente trascurabile.
Diciamocelo: cosa vuoi che sia una banale accusa di favoreggiamento, per un governatore?!

martedì 8 gennaio 2008

Monnezza


Ringrazio tutte le persone che si sono prese la briga di farmi gli auguri e di cercare di togliere le ragnatele da queste pagine, o da altre talmente vecchie da essere quasi dimenticate, usando l'alito profumato delle loro parole. In questo periodo purtroppo sono molto poco ispirato dalla mia scrittura. E se uno trova banali le cose che scrive...meglio che se le tenga per sé ed affoghi da solo nella propria banalità. Quindi ben vengano per ora le ragnatele, visto che al loro posto non ci sarebbe che monnezza. Se mi conosco abbastanza so che, questo della montagna di cose banali, è un periodo che passerà. Basterà solo nominare un commissario straordinario che si occupi nei giorni a venire dello smaltimento della mia monnezza...che si accumula in ogni angolo delle mie strade personali, così come fa quella vera per le vie di Napoli.

domenica 16 dicembre 2007

Santa Lucia


“Zio guarda!!! Il nonno sta accendendo il falò!”
La voce stridula di Massimino mi distolse di brutto dai miei adorati pensieri superficiali.
“Cosa sta facendo il nonno?!”
“Sta accendendo il falò! Quello per Santa Lucia!!! Che bello…che bello…il falò!” urlava a gran voce il piccoletto, senza riuscire a star fermo per l’emozione.
“Cribbio, siamo in piena città!”, avevo istintivamente pensato; e come tutti gli altri mi ero incamminato verso il centro del cortile.
Lì il nonno aveva accatastato una pila di legna alta più o meno come lui e aveva cominciato a darle fuoco dal basso. Le fiamme avevano preso a salire, via via più vivaci.
Automaticamente avevo cercato mio figlio Michele con lo sguardo e mi ero andato a posizionare vicino a lui, a distanza di salvataggio.
In mezzo al buio della sera, quella pira era uno spettacolo fuori dal comune e mio figlio lo contemplava estasiato ripetendo continuamente “I coco!! I coco!!” (Il fuoco) e indicando verso le fiamme con il ditino.
“E’ il 13 dicembre” ripeteva il nonno “e in ogni cortile deve splendere la luce degli occhi di Santa Lucia!!!” e giù ad alimentare le fiamme con ogni combustibile possibile che capitasse sottomano, anche i più improbabili.
“La luce degli occhi di Santa Lucia fa un fumo della Madonna…” pensavo fra me e me alzando gli occhi.
Tutto questo trambusto avveniva nel cortile di una casa che è circondata da caseggiati alti almeno sei piani, situata nel pieno centro di una cittadina dell’interland torinese a due passi dal centro storico. Il fumo cominciava a salire impetuoso e le fiamme erano ormai alte quasi due metri.
Mi ero avvicinato a mia moglie
“Se tuo padre continua così, nel giro di quindici minuti ci ritroveremo un esercito di pompieri e carabinieri nel cortile”
“Cosa vuoi che gli dica? Che la luce di Santa Lucia si deve spegnere?” mi aveva risposto ridendo “Quando mio padre comincia a fare qualcosa puoi solo stare a guardare”
E io l’ho fatto. Con la pazienza del rassegnato.
Ho visto fumo appestare completamente un quartiere; ho visto famiglie intere uscire sui balconi e prendersela a gesti con quella luce, che sarà stata pure santa ma li affumicava tutti; ho visto una nube talmente densa di fumaccio nero salire così in alto, quando si è cominciato a spegnerlo, che mi è scappata persino una lacrima di commozione; ma ho visto anche bambini ridere e divertirsi come raramente accade. All’interno di quel siparietto surreale ho visto dipingere gesti naturali e spontanei come solo le persone di buon cuore sanno fare; ho goduto di uno spettacolo che non avrei mai immaginato di apprezzare così a fondo; ho riso di gusto, ho osservato mio figlio mentre scopriva il fuoco per la prima volta e ho abbracciato mia moglie davanti a un falò. E tutto quanto grazie a Santa Lucia!
Alla fine, in mezzo al fumo, si è avvicinata mia suocera e ha chiesto
“Ma qui in Piemonte non li fate i falò per Santa Lucia?”
Ci ho pensato un attimo prima di rispondere
“Maria…sono trent’anni che vivi qui!”
(Silenzio)
“Ah…già!”

venerdì 14 dicembre 2007

Attuale come non mai


"Se non sarete attenti, i giornali vi faranno odiare gli oppressi ed amare gli oppressori".

Malcolm X

mercoledì 12 dicembre 2007

La verità finta


E’ tutto finto.
Sembra che al giorno d’oggi ogni cosa venga vista per come viene presentata, non per come è realmente. Prendiamola alla larga.
Tempo fa, quando ancora ero tollerante verso il mondo dei media, feci l’abbonamento alla TV satellitare.
E’ incredibile, mi dicevo, l’offerta che c’è a disposizione: i film, le serie televisive, i cartoni animati, i documentari!!!
Nessuno mi aveva detto che la maggior parte dei film sono americanate economiche dal titolo mezzo in inglese e mezzo in italiano; cose tipo “Best regards: saluti a domicilio” e titolacci del genere. Nessuno mi aveva detto che ci sarebbero state un sacco di trasmissioni che mi avrebbe fatto schifo vedere. Che i documentari vengono ripetuti a orari differenti, in giorni differenti, e a ruotare sono sempre i soliti cinque o sei (tanto che a un certo punto ce n’hai fino alla punta delle orecchie di conoscere i rituali sessuali dei leoni!), che il telegiornale non fa altro che riassumere i titoli degli altri giornali nella maniera più neutrale possibile, che non c’è un reportage a pagarlo oro (quest’ultimo, a dire il vero, non c’è da nessuna parte ad eccezione di poche mosche bianche del giornalismo contemporaneo che prima o poi saranno ovviamente sterminate).
Però la si vuole avere, la TV satellitare, perché così ti puoi sentire come ti hanno fatto vedere che devi essere. Un manichino che non pensa e consuma il più passivamente possibile, ma tu questo non lo sai, non te l’hanno detto.
Insomma, il mondo è pieno di gente che si prende la briga di spiegarti che tu ti senti in un certo modo, e che le cose stanno proprio così come loro ti fanno vedere.
Tutti quanti corriamo seriamente il rischio di non accorgerci neppure che in realtà vogliamo altro e ci sentiamo in tutt’altro modo.
Il gruppo per cui lavoro è una multinazionale, che ogni anno garantisce utili e dividendi ai suoi azionisti. Ogni anno sempre maggiori. Una crescita inarrestabile…
Se gratti la patina dell’immagine e dei conti, però, rimane un mare di merda. Ma quest’ultima non si vede perché è giusto che sia così, perché serve ad attirare i soldi di investitori e capitale fresco, da investire in stock options per i mega amministratori di turno, mentre altri cinquantenni più in basso, annichiliti nell’animo, vengono lasciati per la strada in modo da poter abbattere i costi fissi.
E’ tutto finto.
Alle acciaierie di Torino la manutenzione veniva fatta e i controlli erano regolari, ci dicono. Quelle acciaierie sono un gran gruppo, solido, moderno.
C’erano torce umane che bruciavano coperte d’olio e con loro bruciava la vita dei loro figli.
E’ tutto finto.
Tutto.
Quindi un bel giorno, me lo auguro, potrò dimenticare.
La consapevolezza amara che in questi giorni mi trovo davanti, ingombrante come una grossa matassa di lana che mi riempie entrambe le mani, potrà prendere il volo con un semplice colpo di vento, così…puff. Senza neanche dover aprire le dita…

mercoledì 14 novembre 2007

La vecchia Olivetti


La mia scrivania mi aspettava, silenziosa e un po' fredda.
Come ogni mattina ebbi la sensazione di entrare di soppiatto.
Il mio ufficio è subito lì, sulla destra, con delle enormi finestrature che danno sulle scale d'ingresso; mi ci sono introdotto scartando di lato un attimo dopo aver superato la soglia principale, come un ladro che si infila nel primo anfratto disponibile, stupito per il fatto di esser riuscito ad entrare.
Dario era già lì dalle otto, ligio e puntuale.
Con lo sguardo incollato all'enorme video, lasciava che le finestre nere piene di caratteri verdi gli scorressero davanti. Con gli anni ha imparato dove guardare, per controllare i risultati della notte, e gli bastano poche occhiate e qualche minuto per individuare cosa è andato storto.
Buona parte dei suoi cinquant'anni li ha trascorsi lì dentro, a cambiare e spostare macchine, a scrivere programmi, ad emettere stampe piene di righe e numeri, a correre dietro alle necessità. Non c'è nulla che possa accadere a quei vecchi macchinari che lui non abbia già visto, immaginato o che lui non possa capire. In pochi secondi, durante i quali il suo sguardo diventa assente, puoi sentire i meccanismi del suo pensiero mettersi in moto, come i tasti di una vecchia Olivetti MP1, per scrivere la soluzione in poco tempo.
Non c'è nulla che possa accadere a quei vecchi macchinari informatici, nulla...tranne il fatto di essere rinnovati.
Cambiati, con macchine dell'ultima generazione. Sostituiti, con server biprocessore virtualizzati multitutto, in grado di far impallidire l'attuale struttura.
E questo accadrà a fine anno.
Ma quel giorno, come tutte le mattine precedenti, Dario era ancora una volta lì davanti a fare scorrere linee verdi su un video scuro come la pece.
La nostra giornata trascorse come tutte le altre, divisa fra problemi ed attività pianificate. Lui non è un dipendente dell'azienda come me: viene da fuori, ma è lì dentro da più di vent'anni e ha visto tutta la storia di quelle gloriose vecchie macchine.
Le ore passarono senza troppi impedimenti, scandite da scambi di battute, fra una decisione e un confronto.
Le donne sono il suo punto debole. Basta stuzzicarlo per sentirsi raccontare storie fantastiche, che narrano di avvenimenti accaduti decine di anni fa. Il tempo ha fertilizzato i ricordi, permettendo il fiorire degli episodi, e ha concesso a quegli eventi di diventare pressochè perfetti. Fiori coloratissimi: innesti di verità con il romanzo del tempo.
Quella sera i ricordi si erano spenti.
Dario si rivolse a me con gli occhi ancora sporchi di verde e mi disse semplicemente: "Da gennaio non sarò più qui".
"E dove vai? Al mare?" - risposi stupidamente.
"Non lo so dove vado" affermò serio "ho ricevuto oggi una lettera che mi annuncia il licenziamento"
Ci fu solo silenzio: ero rimasto di stucco.
E lui si alzò, senza aspettarsi una risposta. Del resto sapeva perfettamente, così come lo sapevo io, che non c'era niente da dire in un momento come quello.
Ci salutammo sottovoce e uscì.
Con le braccia lungo i fianchi fissai il video per diversi minuti, sprofondato nei pensieri.
Dopo un po' spensi tutto e chiusi a chiave l'ufficio. Mentre uscivo, una voce da dentro il gabbiotto mi salutò cordiale. Ricambiai con un gesto della mano e mezzo sorriso.
Il buio della sera aveva portato un tempo freddo e umido.
Alzai il bavero della giacca mentre mi avviavo verso l'auto, parcheggiata al fondo del piazzale ormai vuoto. Le mie scarpe scivolavano sui ciottoli; tutto attorno era bagnato.
Il cielo piangeva.

venerdì 9 novembre 2007

Chiusura temporanea


Questo sito interrompe temporaneamente le pubblicazioni a causa del fatto che l'autore è pieno di cose da fare e nel contempo vive un rapporto di pesante conflitto con la propria attività di scrittura.
A presto...(forse).

venerdì 26 ottobre 2007

Sei anni fa


Segnalo una lettera di Enrica Bartesaghi, apparsa su Megachip.info , che parla delle indagini sui fatti del 2001 a Genova.

sabato 20 ottobre 2007

La memoria corta


Qualche migliaio di anni fa qualcuno si è preso la briga di incidere graffiti su pietra: scene di caccia e di vita.
Scritte sui muri, incisioni e disegni sono sopravvissuti fino ad oggi. Egittologi studiano scritti del tempo e li interpretano dando loro un significato preciso.
Con i secoli i libri hanno preso il posto delle incisioni. Storie intere e memorie di vita passata si sono trasferite su pagine di carta: qualcuna si è conservata, molte sono morte col morire della carta nel tempo.
Negli anni recenti i nastri magnetici: memoria instabile per definizione, così facili alla smagnetizzazione. E poi con cosa lo riproduci oggi un nastro o una videocassetta Betamax? E i dischetti da cinquepollicieunquarto? Quelli enormi, sottili e flessibili...
Per leggerne uno al giorno d'oggi o trovi in qualche cantina un vecchio Olivetti M24 e fai le acrobazie digitali, affogato in sistemi operativi ormai obsoleti, oppure sei un mago del kernel e dei driver DOS.
Seguono, più o meno nell'ordine, i dischetti da treemezzo, gli hard disk, i cidirom, i divudì, le memorie flash...
I meccanismi di memorizzazione, i supporti di memoria, i sistemi di lettura e scrittura delle memorie si evolvono col tempo e con la tecnologia.
Oggi i libri sono digitali. Ma neppure un cidirom è eterno, così come non lo era il dischetto. Il meccanismo di lettura di un cidirom, inoltre, quanti anni impiegherà per diventare obsoleto?
Quanto durano le nostre memorie?
Per quanto tempo saranno in grado di trasmettere un messaggio e un'informazione?
Per quanti anni ci saranno ancora le condizioni perchè queste siano lette?
I meccanismi di lettura cambiano e si evolvono col tempo in maniera frenetica. Negli ultimi decenni poi c'è stata una incredibile accelerazione, se rapportiamo i cambiamenti recenti al numero di anni che sono passati da quando la razza umana ha cominciato a sentire il desiderio di conservare memoria delle cose.
Sempre più veloci, in scia alla evoluzione tecnologica.
I graffiti su pietra o le incisioni sulle architravi della domus romana ancora oggi ci comunicano un messaggio; un disco da cinquepollicieunquarto, ammesso che il supporto magnetico sia sopravvissuto ai pochi decenni trascorsi, può difficilmente dirci ancora qualcosa.
Gli archivi degli anni futuri saranno sempre più in movimento, quasi travolti dal collasso ultra tecnologico.
In un mondo che con gli anni va sempre più veloce, vedo la nostra memoria accorciarsi, ogni giorno di più.

mercoledì 17 ottobre 2007

Colori forzati


Ogni tanto ho la sensazione che il controllo della mia vita mi sfugga di mano.
Succede che qualche meccanismo, che lo ammetto andrebbe scoperto, mi nasconde alla vista nel tempo un aspetto della mia esistenza, fino al momento in cui questo aspetto prende talmente tanto il sopravvento sul resto da non poter più non essere visto.
Ma, quando questo accade, quando elementi inconsiderati o inconsciamente trascurati si evidenziano in tutto il loro spessore, a quel punto si manifestano con una forza tale da abbattersi addosso a me e a chi mi sta attorno con notevole forza. Agiscono come farebbe il maglio di una pressa sull’acciaio incandescente: lo modella con una serie di colpi per poi lasciarlo raffreddare, perché si consolidino con il passar delle ore le sue nuove sembianze.
Così la mia esistenza prende, un bel giorno qualsiasi, una forma differente. Si deforma in una nuova dimensione sotto i colpi sorprendenti del maglio della vita.
Ed io prendo forma con lei.
Sono un camaleonte condannato ai colori forzati. Obbligato ad assumere una tonalità ben definita, ma solo nel momento, nel luogo e nei modi che un perverso meccanismo di intrecci esistenziali ha già, crudamente, determinato.

mercoledì 10 ottobre 2007

Yogurt


La scorsa domenica abbiamo prodotto lo yogurt in casa.
Son soddisfazioni!
Compri delle bustine di fermenti lattici liofilizzati in farmacia a una cifra ridicola, ne prendi una e la stemperi in un po’ di latte. Aggiungi la miscela al restante litro di latte, magari fatto intiepidire attorno ai 40° non di più, e mescoli con cura (se invece è fresco di stalla va fatto bollire prima).
Abbiamo introdotto il liquido in piccoli vasetti di vetro e li abbiamo messi a riposare all’interno di una yogurtiera. Quest’ultima non è altro che un recipiente dotato di resistenza elettrica a basso consumo, in grado di mantenere al suo interno una temperatura costante, credo attorno ai quarantacinque gradi; in realtà però di questo aggeggio non c’è granchè bisogno perché basta avvolgere il contenitore in una coperta di lana e sistemarla in un luogo caldo, magari in inverno sopra un termosifone.
E poi si aspetta. Dalle otto alle dodici ore, o anche qualcosa in più, a seconda del risultato che si vuole ottenere come densità e acidità. In questo periodo il composto si addensa e si assiste alla formazione di un po’ di siero in superficie. Alla fine del tempo va messo in frigo per qualche ora perché sia pronto, in questo modo si arresta il processo di fermentazione.
Poi lo prendi, lo annusi, e scopri che profuma di yogurt. Lo assaggi un po’ titubante e rimani di stucco, perché non te lo saresti mai immaginato così buono. La marmellata di fragole che avevo nel frigorifero, fatta artigianalmente e con basso contenuto di zuccheri, è stata la morte sua!
E’ il gusto dello yogurt: quello vero, quello sano, quello buono.
Quando te n’è rimasto un solo vasetto, ne avanzi la metà, la misceli ad un altro litro di latte, metti il tutto al caldo e aspetti altre dodici ore per averne di nuovo.
I fermenti dello yogurt autoprodotto sono vivi davvero, e il loro dovere lo fanno come si deve.
Dopo una ventina di ripetizioni del ciclo è comunque meglio ricominciare con un’altra bustina di fermenti, che comunque costa meno di un euro.
Lo yogurt casalingo costa praticamente come il latte, è più buono dello yogurt industriale, i suoi fermenti lattici sono vivi e non moribondi come quelli incapsulati un mese prima, è disponibile quando vuoi, come vuoi e nella tua quantità preferita, evita che ci sia qualcuno che si prende la briga di produrlo in Emilia Romagna e portartelo a casa tua in Piemonte viaggiando per strada con un camion, evita la produzione di rifiuti dovuti all’imballaggio di carta e di plastica che avvolge i vasetti industriali.
Ma soprattutto, quando affondi dentro lo yogurt un cucchiaino colmo di marmellata, dai una bella mescolata, e infine ne metti in bocca un po’, fai l’amore con il sapore.

Leggi La parabola dello yogurt che ne vale la pena

lunedì 8 ottobre 2007

Cambio di spessore


Un gatto nella pancia.
Ogni tanto si sveglia e si mette ad affilare le unghie contro il mio intestino crasso, come su un cuscino del divano.
Intestino grasso.
Qualche minuto fa non ce l'ho più fatta e sono corso verso il bagno che, ironia della sorte, è sito proprio di fronte all'ufficio del direttore generale, ben distante dal mio.
La mia andatura era quella tipica di chi ha molta fretta perchè da un momento all'altro potrebbe capitargli di evacuare spontaneamente e in maniera incontrollata, ma non vuole che si noti troppo: camminata veloce, bacino proteso in avanti per contribuire almeno con la postura a ridurre la pressione melmatica, spalle dritte e sorriso sulle labbra. La corsa scomposta degli ultimi metri invece, se notata, avrebbe tolto del tutto dignità alla mia persona.
Nel cesso c'è quella specie di profilattico cartaceo da applicare sopra la tavola. Solo in seguito mi sono accorto di averlo montato malamente e al contrario, ma il suo dovere l'ha fatto.
L'atto di liberazione è stato un misto di emozioni: dal terrore di non riuscire a sedersi in tempo all'immenso sollievo di pochi secondi dopo, dalla leggerezza per l'accaduto allo sconcerto per l'irresistibile tanfo diarroico che in pochi secondi ha appestato l'ambiente. Questo mi ha fatto preoccupare su almeno due fronti: quello di non riuscire a venir fuori vivo da quell'angusto locale e nel contempo quello di constatare che quegli odori, ahimè, arrivavano dall'interno del mio corpo.
La visione da guerra chimica che si aveva guardando all'interno della tazza subito prima dello sciacquone (io lo faccio sempre) ho deciso che ve la risparmio.
Dieci minuti per pulirsi come si deve.
Avrò qualche intolleranza alimentare?
Ed eccomi qui, in attesa che cominci una riunione in cui si parlerà di budget degli investimenti, con ben chiaro e fermo nelle narici il putrido ricordo di qualche decina di minuti addietro.

lunedì 1 ottobre 2007

Oggi


Oggi vivo e sento;
e quello che sento, vivo.

mercoledì 19 settembre 2007

Tra fatti ed opinioni


Una proposta di legge popolare è ciò che di più democratico possa esistere, all’interno di un paese democratico. Inoltre i gruppi di persone che si raccolgono spontaneamente attorno a delle idee, che esercitano attività ben definite e localizzate sul territorio, che si movimentano tutte assieme sulle piazze del paese per manifestare e proporre l’approvazione di determinate leggi, sono assolutamente espressione della politica.
Di quella vera.
Le campagne mediatiche, ovviamente, sono già cominciate.
Si è parlato inizialmente di antipolitica, quando quello che è stato il V-Day era tutto fuorchè quello: era politica senza fronzoli, diretta, come solo quella che sorge spontanea sa essere. Si è parlato di rabbia e di sfogo del dissenso popolare, che però si è manifestata con ore di coda tranquilla e pacifica per apporre una firma ritenuta importante. Un giornalista in radio ha messo in evidenza che neppure Grillo potrebbe candidarsi, alla luce della proposta di legge presentata, perché già condannato in passato, senza rendersi conto che la questione non è la candidatura di Grillo, che quelli che il giornalista stesso usa sono schemi inadatti ad analizzare il fenomeno, e che tutto ciò non è altro che l’esprimersi di idee spontaneamente diffusesi attraverso la Rete e la libera comunicazione che questa permette, e che di queste il comico Genovese non è che il collettore (il “detonatore” dice lui).
Le idee e le proposte, che sono emerse ed emergono dal movimento di coloro che si incontrano attraverso la Rete, non sono altro che il risultato di mesi di libera discussione fra cittadini, i quali attraverso il Blog del comico (ma non solo) hanno espresso un bel dettagliato “piano delle intenzioni”, che Grillo ha battezzato “Primarie dei cittadini”, e che sono state scritte e consegnate al presidente Prodi nel giugno del 2006 e che lui si è tranquillamente dimenticato di aver ricevuto. La prova di questo è stata l’affermazione dello "smemorato" Prodi a “Porta a Porta”, quando ha affermato a proposito di Grillo (chissà perché si parla sempre solo di lui e non di tutto il consistente movimento spontaneo che c’è dietro) "Ora cambia, perchè dalla critica deve arrivare alla proposta” . Ma la proposta era arrivata ben prima della critica e dell’atto di scendere in piazza, caro Presidente dalla memoria corta. Ci dica Lei che cosa si deve fare per farle prendere in considerazione l’idea che a centinaia di migliaia di persone bisogna come minimo dare retta? Era necessario forse fargliele mangiare quelle pagine?
Su “La Stampa” cartacea di oggi c’è stata una manifestazione esemplare del giornalismo dei nostri tempi.
Nell’articolo in cui si parlava della reazione di Grillo, che di recente ha chiamato il presidente del consiglio Alzheimer-Prodi in riferimento alle dimenticanze ben evidenziate di cui si è detto, il giornalista ha dedicato una decina di righe al fatto e ai motivi, riportando poi per la maggior parte del pezzo e in altri articoli le opinioni scandalizzate di ogni parte politica, le reazioni delle associazioni dei malati di Alzheimer, le critiche di mezzo mondo sull’uso inappropriato del termine.
L’attenzione del lettore è stata, come d’incanto, spostata nei confronti delle opinioni, verso discussioni sui modi e sulle opportunità, e come al solito distolta dai fatti. Fatti che evidenziavano una impressionante gaffe del nostro presidente del consiglio, perché una proposta c’è ed è ben chiara e non da ieri, assieme ad una evidente assenza di attenzione da parte del governo nei confronti di movimenti spontanei e attivi in grado di generare proposte chiare ed in maniera diretta, senza passare dalla macchina filtro delle istituzioni e dei partiti.
Evidente assenza di attenzione, ma solo finchè nelle piazze italiane e mondiali non si sono riversate quasi un milione di persone.

Altro esempio di giornalismo sul WEB (dei motivi dell’incontro fra Grillo e Prodi non c’è traccia)

Scaricate il documento delle Primarie dei cittadini

Il post di Grillo “incriminato” (l’incontro è addirittura filmato)

giovedì 13 settembre 2007

La fine dei perchè



Michele è nato il quindici di settembre del duemilacinque, in una stanza che sta al di sotto di tutto l’ospedale S.Anna di Torino.
Non eravamo soli, quando è venuto al mondo c’erano anche due ostetriche, mentre attorno a noi, in altre stanze tutte uguali, altri uomini avevano la mia stessa luce negli occhi e donne sudate si sfinivano nel figliare.
Quando l’hanno tirato fuori, tutto sporco e violaceo, l’hanno unto per bene con varie sostanze, lo hanno visitato con una lentezza esasperante, avvolto in un panno troppo grande, e me lo hanno messo in braccio.
Così.
“Toh! Piglia qui che c’ho da fare!”
Ma come! - mi dicevo - sono infetto da tutto il mondo esterno. Mi porto tutti i cattivi odori della vita sulla pelle! Perché diamine mi danno un figlio in braccio così, senza precauzioni?! Mettetelo da qualche parte lì, sotto qualche campana di vetro, in un’incubatrice, in un ambiente sterile…. Non respirategli così vicino…spruzzate nell’aria un disinfettante…sterilizziamo i corridoi…il quartiere…la città intera. Fatemi indossare un preservativo enorme, che mi copra dalla testa ai piedi mentre lo reggo in braccio!
Poi, girando lo sguardo da una parte, ho visto un’ostetrica sollevarne in aria un altro, brandendolo per un piede come se fosse stato un pollo spennato da pesare sulla bilancia di un macellaio, ed ho cominciato a capire. Un altro non mio, s’intende.
Per cui ho preso ad osservare la creaturina senza remore, e a parlargli e lui ad osservare me.
Il nostro primo incontro è stato così, a camminare per i corridoi, come un padre e un figlio che passeggiano per i corridoi, e il padre che parla e racconta, e il figlio ad osservare per la prima volta qualcosa, e padre e figlio infagottato che si siedono, che ricominciano a camminare, che si dimenticano di tutto il resto…e che a momenti si dimenticano che a pochi passi c’è pure la nuova mamma, tutta scompigliata.

Da quel momento la vita è diversa,
il mondo è diverso,
io sono diverso.
Le mie risorse fisiche, mentali e di uomo sono tutte proiettate verso il futuro del piccolo e di sua madre.
Da quel momento
ho smesso di cercare le risposte ad un sacco di perché.
Da quel momento
sono diventato molto più consapevole del mio ruolo in questa vita e in questo mondo.
Da quel momento
innumerevoli aspetti della mia esistenza hanno smesso di avere un senso, altri hanno preso forma come dal nulla.

Alcuni perchè li ho inseguiti, assiduamente, per anni: la risposta me l’ha data la vita, cambiandomi le domande.

lunedì 3 settembre 2007

Dice il saggio


SAGGIO: Quando non riesci neppure ad accorgerti che, per ogni evento che accade attorno a te, sia esso qualcosa che avviene nell’intimo fra due persone oppure un cataclisma su scala mondiale, hai già in tasca una spiegazione già pronta e ti senti di poter dare la tua opinione ancora prima di conoscere approfonditamente i fatti, allora vuol dire che è giunto il momento che qualcuno ti ficchi un bel paio di schiaffi!!!

ALLIEVO: Ma, maestro…e se quel qualcuno non c’è?

SAGGIO: Allora il problema è un altro…

venerdì 31 agosto 2007

Passioni


Ci sono passioni e passioni e passioni, e persone che le vivono.
C’è quello che è un pioniere tecnologico ed insegue tutto quello che mettono in vendita di innovativo, chi passa interi pomeriggi fra le bancarelle di vecchi dischi a 33 giri a scartabellare per trovare proprio quella edizione della Carmen, colui che riesce a fare l’abbonamento alle partite del Torino Calcio ancor prima che si sappia se il campionato si giocherà, colei che insegue ogni giorno la perfezione e l’armonia di tutti gli abbinamenti fra i suoi vestiti e la sua persona.
C’è quello che, ogni santo pomeriggio, imbraccia una chitarra elettrica ed invece di studiare si mette a produrre per intere ore triplette di sedicesimi, colui che studia per diletto perché avrebbe sempre voluto poterlo fare, quello che è in grado di fermarsi per ore di fronte ad una cartina geografica e analizzarne ogni dettaglio, quello che non riesce a smettere di disegnare.
Ci sono le coppie che adorano i vecchi film francesi, quelli che si iscrivono ad un cineforum differente per ogni giorno della settimana, i maniaci dell’arrampicata, i ballerini di tango.
Coppie che sostengono amplessi sfrenati in ogni luogo in cui si recano, altre che fanno i trekking in montagna e alla sera sorseggiano tè caldo giocando con lo sguardo sulla silouette delle creste al tramonto; quelli che ad ogni week end salgono su un camper e prendono una direzione a piacere, quelli che coltivano l’orto e fanno la salsa di pomodoro alla fine di ogni estate.
C’è il giocatore di poker, ad un tavolo come nella vita, quello che si batte per il software libero o per la salvezza degli animali, c’è quello che le vorrebbe provare tutte, quelli che riescono a costruire stupendi modelli in miniatura di navi scomparse partendo da ricerche storiche e da pezzetti di legno senza forma; colui che scrive sempre e comunque e c’ha il taccuino sempre in tasca, chi riesce ancora oggi a passare interi pomeriggi in camera oscura e poi ti sforna delle stampe bianconero che a guardarle ti lasciano senza respiro.
E poi c’è chi queste passioni vorrebbe viverle tutte, una ad una.
Passa quindi un’intera esistenza a rimbalzare fra un’emozione e l’altra, così come farebbe, fra i tavoli allineati, l’unica pallina da ping pong disponibile quando si giocano tante partite in contemporanea; fino ad accorgersi che così di emozioni non se ne vive appieno nessuna e che nessuna delle partite avrà mai termine; ma forse la passione di chi fa così è proprio questa.

giovedì 30 agosto 2007

Sul treno


E’ sera, è buio.
Il mio sguardo si perde dietro i cangianti e luminosi paesaggi che osservo dal vetro.
Una siepe, nera,
diventa sbarra…
marciapiede…
strada…
ed erba,
immersa nella tenebra, ma verde.
La mia mente travalica tutto questo ed ogni sasso, ogni pozza d’acqua, ogni minuscolo angolo di pianura, mi si mostra in tutto il suo splendore: smagliante, colorato, ammirevole.
Adoro i lunghi viaggi nella notte, attraversano tutti il mio mondo migliore.

martedì 21 agosto 2007

Rettitudine


Nel campo sportivo qui vicino stanno costruendo delle case a schiera. Qualche giorno fa passavo per vecchie strade, che non ho frequentato per diversi mesi, e ci ho trovato condomini nuovi di zecca che troneggiavano sulle teste dei passanti. In compenso le strade si sono ristrette e ci passa solo più un auto alla volta.
Nel centro della grossa rotonda che sta sulla strada provinciale si dice che sorgerà un condominio di sette piani. Sul tetto di casa mia edificheranno delle villette, mentre sembra essere al vaglio del consiglio comunale l'idea di rilasciare concessioni edilizie per costruire all'interno del cimitero, in zona tranquilla, e su aree semi-bonificate che pochi anni fa erano destinate al deposito di materiali chimici (zona esclusiva). Questo per dare la possibilità a tutti di possedere una casa.
Non c'è la gente, non ci sono i soldi per comprarle, ma ci sono una marea di case in ogni posto e costano tantissimo.
Del resto, va bene così.
Le case occupate abusivamente di certi quartieri cittadini probabilmente verranno offerte ai diretti occupanti, che le compreranno, e ogni essere umano sulla faccia della terra potrà possedere un immobile: tutto per sé, tutto suo.
Come lo pagherà? Con un mutuo, che verrà gentilmente concesso dalle nuove soluzioni che il magnifico mondo del mercato e della stabilità finanziaria ci permette di avere a disposizione.
La nostra economia è talmente stabile che possiamo fare in modo di concedere l'acquisto di una casa anche a chi non avrà mai i soldi per pagarla.
I mutui concessi, ad elevatissimo grado di rischio, verranno poi confezionati in pacchetti finanziari con un nome altisonante, di quei nomi che a leggerli ti senti un temerario, un coraggioso pioniere della finanza, e venduti ad altri investitori senza troppe trattative, come si fa con le uova in scadenza alla fine di un giorno di mercato.
In questo modo il rischio dell'insolvenza viene spalmato sulla schiena (la parte bassa della schiena) di tutti i poveracci che hanno due o tremila Euro da investire.
Impariamo proprio tutto dagli americani, impareremo anche come indebitarci fino all'osso del collo. Ci hanno insegnato a confezionare e ad esportare le guerre, a manipolare l'opinione pubblica come ci pare attraverso i media, a valorizzare il nome di un prodotto (e l'idea di questo) ancora prima del prodotto stesso; impareremo anche come fare a ridurci sul lastrico da soli, riempiendoci di debiti una volta per tutte come si deve, dalla testa ai piedi fin su per il retto.
Si chiama rettitudine.

giovedì 9 agosto 2007

Marciana Marina (scorcio)



Uno dei pochi scatti fotografici che mi porto dentro da sempre, forse addirittura da prima di averlo prodotto, quella sera, mentre passeggiavo per le viuzze che stanno attorno al porticciolo di Marciana Marina sull'isola d'Elba.
Il muretto sulla destra era pieno di persone sedute e io, che questo scatto lo volevo a tutti i costi, ho aspettato con pazienza accovacciato a pochi metri da quella barca.
Sulla mia Contax appoggiata alla pancia il 28 mm era già montato, così come il filtro polarizzatore davanti alla lente. In macchina una pellicola per diapositive Fuji (il digitale aspetterà ancora un bel po').
Nell'attimo in cui non c'è stato nessuno, ho inquadrato e scattato tre volte, esponendo a forcella, dopo aver letto la luce a spot sullo scorcio di cielo in mezzo alle case sopra la barca.
In quel periodo mi piaceva l'idea di far comparire nelle mie foto evidenti tracce dell'uomo, ma senza la sua presenza. I segni dell'uomo, senza l'uomo.
Quei panni stesi lassù mi avevano chiamato a gran voce ed ero rimasto lì, in attesa del momento e della luce migliore.
Qualche secondo dopo lo scatto, una signora enorme è uscita da una porticina poco distante e ha ritirato il bucato ormai asciutto.
Il godimento nella preparazione degli attrezzi, nella scelta dell'inquadratura, nell'attesa del momento ideale, durante lo scatto, assieme all'ansia per il risultato finale, appartengono alla categoria di quelle emozioni che non si riescono a descrivere a parole.
Si riescono solo a vivere.
La diapositiva originale è andata perduta, a causa dell'incuria di uno sciagurato editore che l'ha pubblicata qualche tempo fa. Si è salvata questa scansione digitale, che rende solo in minima parte la ricchezza di sfumature cromatiche della foto originale, ma con questa si sono salvati anche tutti i miei ricordi.

mercoledì 8 agosto 2007

Arcobaleno circolare




In Malaysia si è verificato il fenomeno piuttosto raro di un arcobaleno circolare, richiuso su se stesso attorno al sole, senza inizio nè fine.

La domanda sorge spontanea: la famosa pentola d'oro che sta al termine dell'arcobaleno, in questo caso, dov'è finita?

lunedì 6 agosto 2007

Hiroshima, 6 agosto 1945 - ore 8,15



Altre tristezze qui
Qualche dato ulteriore qui
Stasera i telegiornali parleranno della tintarella integrale e dei suoi rischi.

venerdì 3 agosto 2007

Ritorno alla sorgente



Il mio disgusto per ciò che mi circonda, ogni giorno sul lavoro, questo lavoro, aumenta sempre di più.
Cresce dentro con regolarità, ti insegue come fa la nausea dopo certi economici dolci alla panna e vigliaccamente cerca di abbatterti.
Proprio te, come persona, come individuo. Te, che ti illudi miseramente di rimanere unico cultore delle tue idee e della tua personalità.
Oggi le ferie, diritto sacrosanto di ogni lavoratore, garantite dalla costituzione italiana, venivano messe meschinamente in discussione, pubblicamente, come sul banco di un mercato: mercificate alla stregua di qualche chilo di pesce fresco, in cambio di qualche numero in più nel resoconto mensile del fatturato.
La carta igienica nei bagni manca da un mese: “qualcuno ha voluto dare un messaggio chiaro” si dice “per il fatto che se ne consuma troppa”.
Quel qualcuno, forse, un giorno di questi potrebbe ricevere una risposta altrettanto chiara, magari scritta in marrone su bianco su qualche muro piastrellato.
Ogni mese viene redatta una lista di gente da far fuori, che viene quasi per caso diffusa, così: come se fosse il bollettino meteo. Il vecchio lupo, dopo averla scritta a mano su un pezzo di carta qualsiasi, ferma il primo che passa e gli dice “porta questa lista su, al direttore del personale”. E quello ci va, sapendo perfettamente cos’è quel foglio che ha in mano, lo legge e lo divulga bisbigliando. Le parole soffocate si diffondono nell’aria, di postazione in postazione, di persona in persona, come un perverso telefono senza fili che come risultato fornisce niente meno che la tua condanna alla precarietà di fatto.
Precario come tutti, seduto al tuo posto di merda, cerchi di non ascoltare, cerchi di non sbagliare, cerchi di non tremare, cerchi di non pensare ai tuoi figli.

Qualche giorno fa ho rassegnato le mie dimissioni e da settembre partirò per lidi perlomeno differenti.
Il gesto, di per sé, è stato molto semplice, ma il contenuto di quel gesto è stato così gradevolmente complesso e articolato da trasformare tutto quanto in una di quelle sensazioni che nella vita mi capiterà di ricordare in ogni minimo dettaglio.
Ieri sera, quasi per caso, ho ricominciato a giocare con mia moglie e con Michele. E più stavo lì ad osservare lei che rideva, bella come non mai, più riuscivo a ricordare che mi piace farla ridere, più ridevo io; e la mia risata era finalmente una di quelle che gorgogliano spontanee e pulite, come fa l’acqua delle sorgenti montane.

lunedì 30 luglio 2007

Giornata di vento


Il vento forte mi fa imbestialire.
Ora, in realtà io sono una persona esteriormente piuttosto calma e quando sono imbestialito non si vede poi così tanto. Dentro, però, in certe giornate ventose, ho le trombe d'aria che giocano con il mio fegato.

Nei giorni di vento uno conta fino a dieci per calmarsi, per poi accorgersi ad un certo punto che il numero sette gli è sempre stato sulle palle!!!

domenica 29 luglio 2007

Pillola rossa

mercoledì 25 luglio 2007

Il conto


Quando è troppo difficile o troppo faticoso prendere una decisione, allora capita che aspettiamo, in modo che siano gli altri, o il tempo, a decidere per noi.
I conti con noi stessi, forse un giorno, li farà qualcun altro.
Non rendere mai conto a sè stessi è un ottimo modo per dimostrare di non volersi poi così bene.
Quanto è lungo il conto delle decisioni non prese?
Chi lo paga?
Esiste una carta di credito per i conti con sè stessi?


"Ogni tanto mi chiedo cosa mai stiamo aspettando"
(Silenzio)
"Che sia troppo tardi, Madame".

Oceano Mare - Alessandro Baricco

sabato 21 luglio 2007

Al lavoro



Dati.
Dati e poi altri dati.
Dati annodati, setacciati, filtrati.
Dati passati, dati datati.
Dati su dati.
Odiati dati sudati.

lunedì 16 luglio 2007

Parte 3/3




(continua dalla seconda parte)




L'amico che cercava da ore era dritto lì di fronte.
Indossava un abito blu scuro, la camicia bianca, una cravatta argentata. Un fazzoletto decorato faceva capolino dal taschino superiore della giacca.
Davide si avvicinò.
“Enri…” – esordì.
Gli rispose solo il vento.
“Enri, tutto bene? C’è qualcosa che non va?”


“Sai, ci sono dodici ciminiere in valle” – affermò Enrico e cominciò a contarle – “una…due….tre, quattro, cinque…sei…sette…”

“otto, nove…”

“dieci, undici…no.”
“No?!” – Davide faceva uno sforzo per trattenersi – “No, cosa?
“No, non c’è nulla che non va.”


“Sono contento” – disse Davide – “ma c’è gente che ti aspetta Enri…”


“Laggiù c’è la scuola superiore, la vedi?”
Davide decise di seguire l’amico –“Si, la vedo, è lei”.
“E là, guarda Davide, laggiù è dove per la prima volta ho baciato Sabrina, mentre tu cento metri più sotto ti prendevi quel ceffone dal fratello, che ti aveva scambiato per me…”
Risero entrambi, se lo ricordavano bene.
“E quello” – proseguì Enrico –“quello è il parco dove abbiamo fatto la festa di Sandro”
“Quando io ubriaco attaccai briga con la nonna del custode, che decise di cacciarci tutti a mezzanotte” rise Davide.
“Continuammo a cantare per la strada fino alle quattro del mattino, quando arrivarono i Carabinieri”
“Uno dei quali era il cugino di Sandro”.


“Si vede benissimo tutta la mia vita, da quassù” – disse Enrico.
“E la mia” – prosegui Davide.
Si guardarono attorno per qualche istante in silenzio.
Lo interruppe Davide.
“Amico, non vorrei sembrare inopportuno, ma fra un’ora ti sposi e dovresti essere in viaggio per la chiesa, per aspettare Chiara. Invece nessuno sa dove sei, tua madre ti cerca da ore ed è vicina ad una crisi isterica e tu te ne stai qui, bello sorridente, a guardarti attorno con allegria. Si può sapere che diamine ti prende?”
“Sto salutando la mia vecchia vita” – rispose Enrico.
Davide lo osservò in silenzio.
“Ho pensato molto a quello che succederà oggi. E ho scoperto una cosa importante: quella di non avere paura. Da oggi pomeriggio la mia vita diventerà diversa e io lascerò dietro di me tutte le azioni e tutti i ricordi di ragazzo.” – proseguì l’amico – “Non c’era posto migliore di questo per rivedere ciò che sono stato fino a questo momento e che sarò ancora per poco. Davide, da oggi, io non vivrò più da solo e ne sono felice, avrò il destino di un’altra persona nelle mie mani e non è cosa da poco. Mi sembrava giusto salutare tutto ciò che lascio, da quassù, in maniera da non dimenticare nulla, di me, di te, di tutti quanti”.

Davide sorrise. C’era un che di religioso in tutto quanto; lui però capiva bene.
Ora potevano anche smettere di parlare e lo fecero per qualche minuto.

Alla fine fu Davide a ricominciare.
“Non vorrei metterti fretta… ma, se non ci sbrighiamo ad andare in chiesa, ci sarà un padre che da oggi avrà qualcosa di tuo fra le mani, e dubito che sarà il destino”.
“Andiamo” – decise Enrico.

Scesero ridendo dalla collina, immaginando tutte le possibili ritorsioni che il padre di Chiara avrebbe potuto mettere in atto, se per caso avessero tardato troppo ad arrivare.
La discesa fu nello stesso tempo frenetica e indimenticabile: scivolarono sulle rocce, si lasciarono alle spalle ciuffi d’erba strappata, mentre si godevano gli ultimi attimi disponibili e mettevano alla prova la manifattura delle loro scarpe da cerimonia.
Le risate sonore sembrarono essere il segnale che il cielo aspettava da qualche minuto.
Gli scrosci di pioggia cominciarono inesorabili e, insieme alle prime gocce, negli animi dei due uomini che correvano verso le auto portarono definitivamente il sereno.



(...fine)